“I danni li avremo noi, ma e’ colpa di qualcun altro e il governo non sta facendo abbastanza.” Questo il succo delle preoccupazioni degli italiani riguardo al degrado delle coste dovuto a inquinamento, erosione, cambiamenti climatici e invasioni di specie aliene.
Il programma CLAMER (Climate Change Impacts in the Marine Environment) ha misurato le opinioni di 10mila europei in materia e i risultati sono sorprendenti. I danni dovuti al consumo di frutti di mare inquinati o contaminati da batteri portati dal caldo sono di vari milioni di euro, ma largamente sottostimati dal pubblico. (Chi ne parla viene accusato di terrorismo mediatico e di rovinare l’industria turistico-gastronomica).
Innanzitutto si vede come, a differenza di quanto martellato dai mezzi di comunicazione di massa, il gruppo maggiore (31%) degli intervistati ritiene che i maggiori problemi dell’umanità siano la povertà (intesa come mancanza di cibo e di acqua), seguita dai cambiamenti climatici al 18%. Il terrorismo internazionale e la crisi economica su cui si stanno spendendo le maggiori forze politiche e finanziarie internazionali sono al primo posto solo per il 16 e il 12% delle persone normali.
L’idea di aprire la caccia al dromedario per scopi “ecologici” e’ del governo australiano e la motivazione e’ semplice: i cammellidi sono ruminanti che emettono metano, il metano e’ un gas ad elevato effetto serra, abbattendo tutti i dromedari riduciamo le emissioni climalternati.
La proposta di far rientrare lo sterminio di 1,2 milioni di dromedari tra i mezzi per ricevere finanziamenti pubblici (i crediti di carbonio previsti dalla Carbon Farming Initiative) viene dalla Northwest Carbon, che ha calcolato che per ogni dromedario abbattuto si risparmierebbe una tonnellata di CO2 all’anno.
L’arrivo di specie aliene blocca l’evoluzione e un declino della biodiversità pone le basi per le grandi estinzioni. E’ successo alla fine del Devoniano, quando si estinsero il 60% delle specie viventi. L’attuale tasso di estinzione e la perdita di biodiversità sono maggiori oggi rispetto alle grandi crisi viste dal nostro pianeta nelle ere geologiche passate.
Alycia Stigall, professoressa associata di paleontologia all’università dell’Ohio, ha correlato l’estinzione di massa del Devoniano ad una precedente perdita di biodiversità e avverte che il fenomeno potrebbe ripetersi nel prossimo futuro.
Se quest’anno ci saranno poche castagne nei nostri boschi una parte della colpa e’ di una vespina cinese, il cinipide del castagno Dryocosmus kuriphilus. Le piante colpite producono meno frutti, si accrescono con difficoltà e l’intero castagneto deperisce. Le femmine depongono le uova nelle gemme e, quando queste si schiudono, le foglie che ne escono presentano delle galle, ovvero dei rigonfiamenti all’interno dei quali le giovani larve crescono fino allo sfarfallamento.
In Italia le prime segnalazioni dell’infestazione si sono avute nella provincia di Cuneo nel 2002. Da allora il parassita si e’ diffuso fino alla Liguria, la Toscana e il Lazio. Quest’anno alcuni gruppi di alpini e squadre antincendio boschivo che organizzeranno le tradizionali castagnate in Piemonte lo faranno con castagne provenienti da Napoli: in quella zona sono ancora salvi dal parassita. Il problema non e’ solo folkloristico, tutti gli animali selvatici che contavano sulle castagne per sopravvivere all’inverno ne risentiranno.
Bocconcini al sapore di rospo che fanno venir la nausea saranno usati in Australia per insegnare ai quoli (Dasyurus spp.) ad evitare i rospi delle canne. L’idea di addestrare questi piccoli predatori usando il disgusto come metodo di insegnamento e’ di Jonathan Webb, dell’università di Sydney.
I quoli sono piccoli marsupiali carnivori chiamati anche gatti australiani e quando mangiano i rospi delle canne muoiono di avvelenamento per via delle tossine contenute nelle ghiandole cutanee degli anfibi.
I rospi delle canne sono una specie aliena in Australia; sono stati introdotti per proteggere le piantagioni di canna da zucchero e hanno provocato un danno ecologico enorme. I quoli se la passano molto male da quando il loro territorio e’ stato invaso da questi anfibi esotici.
Una enorme battuta di caccia al rospo delle canne ha coinvolto gli abitanti dello stato australiano del Queensland. Ne sono stati raccolti a migliaia e, come da regolamento della giornata, sono stati soppressi in modo indolore. Con i corpi dei rospi verrà preparato del fertilizzante di cui potranno disporre gli agricoltori che, per anni, hanno combattuto da soli l’invasione dei rospi.
Il rospo delle canne (Bufo marinus) era stato introdotto 75 anni fa dal Sud America per combattere uno coleottero indigeno (Dermolepida albohirtum) che devastava le piantagioni di canna da zucchero. Il progetto di lotta biologica era fallito, perché i rospi non riuscivano a saltare fino alle parti alte delle canne, dove i coleotteri trovavano rifugio. Come danno collaterale i rospi si diffusero a macchia d’olio. La tossicità del veleno contenuto nella loro pelle tenne alla larga i possibili predatori. Predano la fauna locale e possono essere portatori di salmonella.
Interessi economici di agricoltori e tagliaboschi minacciano la spettacolare migrazione delle farfalle monarca. Le Danaus plexippus svernano a milioni in Messico, dove possono essere osservate da marzo a novembre, per poi migrare verso nord, attraversando gli USA e raggiungendo il Canada. Lungo la rotta di migrazione le farfalle si nutrono del nettare di piante del genere Asclepias che sono state dichiarate “infestanti” negli Stati Uniti e in Canada e contro le quali si fa uso di erbicidi.
Per studiare il percorso e le modalità di migrazione alcune farfalle sono state marcate con un leggerissimo adesivo, che non ne limita il volo, presso il Cape May Bird Observatory. La tecnica di marcatura e ricattura e’ simile a quella usata per gli uccelli migratori.
La Scozia ha deciso misure drastiche per contrastare la scomparsa degli scoiattoli rossi, minacciati da una specie molto simile, ma più vigorosa, arrivata dal continente americano. Gli scoiattoli grigi, oltre a riprodursi più velocemente e ad avere un più ampio range alimentare, sono portatori sani di una malattia letale per i rossi.
Ora il piano prevede di coinvolgere i proprietari terrieri, tutti coloro che hanno a che fare con la gestione forestale e il pubblico, chiamato a segnalare gli avvistamenti di scoiattoli grigi. In Italia, dove qualche anno fa hanno fatto la loro comparsa i primi scoiattoli grigi, l’Istituto Nazionale di Fauna Selvatica aveva provato a eradicare subito il problema, ma l’operazione era stata fermata da attivisti “amici degli animali” che per il benessere di alcuni scoiattoli erano disposti a sacrificare una intera specie.
L’uomo ha spesso introdotto in ecosistemi marini o fluviali delle specie ittiche non autoctone. Mosso da obiettivi prevalentemente commerciali, l’uomo raramente ha considerato le possibili conseguenze derivanti dai meccanismi che regolano la vita ed i rapporti tra le varie specie di animali e non solo. Sul tema ci sono opinioni contrastanti, anche perché ogni caso è un ecosistema a sé.
Prendiamo ad esempio il caso, che risale agli anni ’50, dell’introduzione del pesce persico del Nilo nel lago Vittoria, in Uganda.
L’obiettivo era ovviamente quello di allevarlo ed esportarlo in Europa, negli Stati Uniti, in Medio Oriente e in Giappone. Il pesce persico è un grande predatore e in molti lo additano come il maggiore responsabile della sparizione di tanti altri pesci del lago. Eppure adesso lo stesso persico africano è in pericolo. Colpa soprattutto dei “mutamenti di tipo ambientale nell’ecosistema del lago – spiega la dottoressa Valentina Tepedino direttore di Eurofishmarket (consulenza per il settore ittico) – E’ infatti sceso il livello dell’acqua, fenomeno che ha determinato l’impossibilità di sfruttare, a livello di pesca, il lago in tutte le sue aree. La seconda causa riguarda invece il sovrasfruttamento di pesca del persico africano, essendo una specie molto richiesta sul mercato”.
Un altro caso controverso è quello della vongola filippina, introdotta nel 1983, nella laguna di Venezia vicino a Chioggia. Le prime esperienze di allevamento andarono bene e man mano l’acquacoltura della filippina si è diffusa in tutta Italia a sfavore della verace nostrana. Ma anche qui la dottoressa Tepedina precisa: “La nostra vongola verace era destinata comunque a sparire perché meno resistente a nuove situazioni ambientali. Basti pensare a come i cambiamenti climatici e il conseguente innalzamento della temperatura del Mar Mediterraneo abbiano portato alla comparsa di specie mai viste nei nostri mari, come alcuni pesci tipici del Mar Rosso”.
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“devi metterle incrociate, sennò ti parte via di lato. Poi tutta quella plastica che...
Del mondo penso che sia un pò malandato ma sempre meravigliosamente sorprendente, specie quando...
Io infilo i pezzettini in una retina fine (quelle dell’aglio) e la uso come saponetta...
Io invece l’ultimo pezzetto sopravvissuto lo lascio seccare un pò sul termosifone e poi lo...
Interessante! :) personalmente però uso http://fuelmonitor.altervista. org/ per controllare i...