“Non abbiamo bisogno del trapano, ma di fare un buco. Non c’è bisogno di comprare il trapano perché on line si trovano sia lo strumento in prestito che chi lo sa usare.” questa, in estrema sintesi, la filosofia alla base dell’economia di scambi, prestiti e condivisione di cui si e’ parlato a Fa’ la cosa giusta “Sharing economy: felici di condividere, ma cosa?”.
Fabrizio Bacchini ha presentato Sfinz.com, il servizio che trova servizi a pagamento e li valuta x qualità. Risolve il problema di scegliere un artigiano referenziato grazie ai feedback degli utenti, cosa impossibile da fare usando solo le pagine gialle o i volantini pubblicitari.
Il database di Sfinz fa incontrare domande e offerte locali on line. L’utente medio è un professionista il cui tempo vale più del tempo dello sfinzer quando si tratta di tinteggiare o portare a spasso il cane e i servizi scambiati sono a metà tra le prestazioni professionali e i lavori non fatti per mancanza di tempo. Ad offrire la propria competenza ci sono studenti che arrotondano, parttimers abili, hobbysti, artigiani occasionalmente disoccupati, ognuno con un profilo personale in cui inizialmente autodichiara le proprie capacità e poi accumula referenze.
Donare tempo e denaro fa stare bene, perché questi atti sono manifestazioni di abbondanza.
Sembra controintuitivo, ma Michael Norton, della Harvard Business School, spiega che questo fatto avviene perché dare via qualcosa ci conferma che ne abbiamo abbastanza per noi e pure d’avanzo. Secondo i calcoli di Norton, donare 500 dollari fa star bene tanto quanto si starebbe con 10mila dollari di guadagno extra.
La percezione della propria ricchezza e’ relativa a quella di chi ci sta intorno. Se i nostri vicini hanno qualcosa che non possiamo permetterci, ci sentiamo poveri anche se, oggettivamente, sguazziamo nel benessere.
Basta poco, di Antonio Galdo, e’ un libro in cui il giornalista racconta come delle piccole cose stiano tornando attuali grazie alla crisi. Si parla di aggiustare gli oggetti rotti, di coltivarsi in giardino qualche ortaggio, di riscoprire il piacere di passeggiare.
A tratti interessante, ad esempio quando racconta la storia dell’auto elettrica a partire dalle minacce a Ford, a tratti banale, ad esempio quando dice di non sprecare l’acqua in Europa, che in molte altre parti del mondo l’acqua scarseggia e non si capisce il nesso tra i due fatti.
La scrittura e’ fluida e supportata da una sufficiente citazione di dati e fonti. Sembra un libro per lettori generalisti; chiunque si interessi già di ambiente ci trova pochi spunti originali e molte, ma davvero molte banalità.
La media di stelline prese su Anobii e’ di poco più di 3 su 5, e mi sento di concordare con il giudizio degli altri lettori.
Per spingere i clienti di un albergo a riusare gli asciugamani NON bisogna dir loro di farlo. Non basta nemmeno dir loro che gli altri ospiti lo fanno. Il trucco psicologico che funziona meglio e’ chiedere loro di manifestare a parole la propria sensibilità ambientale al momento del check-in.
Quando si descrive se stessi ad un pubblico si tende a mettersi in buona luce e ad evidenziare quei tratti che sono universalmente graditi. Dire che siamo persone attente all’ambiente ci fa sentire bene e ci verrà poi spontaneo adeguarci alla descrizione che abbiamo fornito per confermarla.
Ad agosto le biblioteche chiudono, ma si possono prendere libri in prestito anche on line, su Anobii.com
Anobii e’ un social network dedicato alla lettura. Ci sono gruppi di discussione dedicati ai vari generi letterari e chi ci si iscrive lo fa per commentare, recensire e scoprire libri e autori.
Se cercate bene, trovate le catene di lettura. Un libro viene spedito da un lettore all’altro e gira per anni. Spesso e’ l’autore a far partire la catena per far conoscere la sua opera. Altre volte sono i lettori stessi che condividono i propri libri. Partecipare e’ facile: basta trovare il gruppo o il libro di proprio gusto e mettersi in coda. Il libro ti arriva a casa e, dopo averlo letto, occorre solo spedirlo al lettore successivo.
Il dono crea community con connessioni più strette del baratto o della vendita.
L’Università della California ha studiato come si comportano i membri di freecycle o couchsurfing e ne ha paragonato la propensione alla socialità rispetto a community di siti che offrissero gli stessi servizi ma a pagamento come Craigslist.
Chi inizia a donare le proprie cose, o a mettere a disposizione il proprio spazio per ospitare viaggiatori, resta soddisfatto dall’esperienza al punto da volerla ripetere e da voler dedicare tempo ed energie al gruppo. Solidarietà e senso di appartenenza, questi i termini usati dai ricercatori per spiegare come mai la partecipazione a siti dove si regala senza chiedere nulla in cambio crei maggiore unione tra i membri di quanto avvenga dove si contratta o si baratta.
La crisi ha costretto una famiglia di 4 persone a chiudere il ristorante e a ridimensionare la loro casa. Non volendo impelagarsi con un mutuo, ne hanno costruita una da 12mila dollari, riciclando oggetti o prendendoli su craiglist.
La prima fatica e’ stata ridimensionare gli oggetti posseduti: il guardaroba, l’arredamento, i soprammobili… dopo averlo fatto la padrona di casa ha scoperto di essersi liberata anche della fatica di tener pulita, riordinare e gestire quella valanga di oggetti.
La fame non ci trasforma in bestie, anzi può aiutarci a cambiare in meglio la società.
Molti stipendi in Grecia si sono ridotti del 30% e la disoccupazione ha superato il 21%. La gente ha provato a scendere in piazza e a chiedere ai politici di risolvere la situazione, ma i risultati sono stati deludenti. Morte le speranze di un aiuto esterno, i greci hanno preso in mano la situazione e si stanno auto-organizzando in modo creativo e collaborativo. Vi avevamo parlato della trasformazione in orto dell’ex aeroporto di Atene, oggi vediamo che altro si sono inventati di bello.
Perché chi guida un suv si fa meno problemi a tagliare la strada ad un pedone rispetto ad un autista di una macchina più piccola e meno costosa?
I ricchi si comportano in modo meno etico dei poveri. Sono più propensi ad ignorare le regole del codice della strada, ad appropriarsi di beni altrui, a mentire durante una contrattazione o per vincere un premio. I poveri, sebbene vivano in uno stato di maggiore incertezza e con risorse limitate, si comportano mediamente meglio.
Un ricercatore dell’università della California, Paul Piff, ha fatto diversi test per giungere a questa conclusione, pubblicata due giorni fa sui PNAS. In California il 34,9% delle auto non cede la precedenza ad un pedone che tenta di attraversare sulle strisce e la percentuale sale al 45% se si considerano solo le auto di lusso.
Durante una crisi economica diminuisce l’invidia per i vicini e il proprio sentimento di inadeguatezza si smorza. Scende quindi il bisogno di spendere per stare al passo, o un passo avanti, ai propri “competitori” sociali.
Il gossip non fa male. Parlare delle conoscenze in comune e’ tipico degli esseri umani, fa circolare informazioni utili al funzionamento della società e stringe i legami tra le persone, ma il gossip dovrebbe esse epurato dei confronti e dei commenti sugli oggetti.
La pubblicità coltiva attentamente le nostre insicurezze e ci spinge a placarle comprando oggetti, ricordandoci continuamente che gli altri ci guardano e che non dobbiamo sfigurare. Il mio bucato deve essere più bianco, la mia erba più verde, il mio telefono più smart. Il disagio che proviamo paragonandoci agli altri e’ reale, ma la convinzione che un oggetto ci possa far stare bene e’ una bufala enorme.
Quasi ci vergogniamo a dire che siamo sazi e che i nostri armadi sono pieni di vestiti e di oggetti. Ci lamentiamo a parole per non suscitare invidia e per ricevere benevolenza. Vogliamo l’approvazione degli altri e la cerchiamo esibendo oggetti, d’altro canto vogliamo essere benaccetti e quindi mettiamo in ombra i giocattoli nuovi evidenziandone i difetti.
L’i-wood e’ fatto di legno, bamboo per la precisione, colorato con inchiostri a base d’acqua e impacchettato in carta biodegradabile. Il suo consumo di energia e’ trascurabile, tanto e’ basso.
In questo libro si spiega passo passo come liberarsi di tutte quelle cianfrusaglie che ci ingolfano la casa e la vita.
L’autrice, Lucia Larese, racconta come il disordine degli ambienti in cui si vive (casa, auto, ufficio…) sia una manifestazione di un disagio emotivo. L’affrontare quello che si e’ accumulato negli armadi, dietro le porte o sotto il letto, l’azione di fare ordine e il godimento dello spazio pulito e alleggerito sono un’ottima terapia “comportamentale” i cui benefici si rispecchiano nel benessere interiore.
Lucia Larese applica principi di Feng-shui e ho particolarmente apprezzato il suo approccio pragmatico. Nella quinta lezione presenta i metodi per individuare le aree sensibili della zona da trattare: potete cercare riferimenti ai cinque animali della scuola della forma, oppure potete mettervi al centro della casa e orientarvi con la bussola, altrimenti potete partire dalla porta e applicare la griglia (Ba-Gua o Pa-Kua a seconda che preferiate la pronuncia sonora o sorda del metodo).
Far spazio al nuovo significa accettare che il passato sia passato e disporre il proprio animo in atteggiamento di apertura. Il metodo cartografico scelto non invalida i risultati perché l’importante e’ focalizzare l’attenzione sul risultato che si vuole ottenere. Chi desidera un miglioramento sentimentale deve liberarsi dei fardelli delle vecchie relazioni, siano essi foto appese all’ingresso, spazzolini dimenticati in bagno o cuscini ancorati in salotto.
I bambini si ricordano i giochi e le attività molto più del cibo che hanno mangiato. E’ inutile imbandire una tavola con cibi grassi e zuccherosi se lo scopo e’ passare delle belle giornate di festa in famiglia.
Quello che ci vuole, secondo gli psicologi dell’università del Missouri, e’ una alternativa piacevole e sociale al pranzo che traborda nel pomeriggio o alle maratone in tv. Qualcosa come un gioco, una attività all’aperto, la costruzione di qualcosa (gli americani suggeriscono le recite o le decorazioni per il thanks giving, noi potremmo tenere in caldo questo consiglio e applicarlo alle feste di Natale).
Con i nostri scarti si possono anche creare posti di lavoro eco-solidale e fare beneficenza. Per la precisione dalle cose del guardaroba che non usiamo più.
Capi d’abbigliamento, accessori, biancheria. A trasformarli, seguendo una logica antispreco che, tra l’altro, promuove l’occupazione femminile è, per citarne una delle tante, la statunitense Reknit. Con sede a Boston e con l’omonima interfaccia siglata www.rekn.it l’azienda propone questo: avete una vecchia maglia di maglia nell’armadio? Non buttatela via. Speditela, dopo aver compilato il modulo online, alla designer Haik Avanian, responsabile del progetto. Indicate l’accessorio nel quale intendete mutarla: guanti, calze, sciarpa.
Si invia la quota richiesta per la lavorazione e si attende che la vostra maglia, a mezzo posta, torni a casa sotto forma di qualcos’altro. A effettuare concretamente la trasformazione sono le cosiddette Mamme, donne che vengono reclutate attraverso un recruiting online nella homepage aziendale che conferisce all’attività un connotato eco-solidale unitamente a un riconoscimento nel settore dell’occupazione. Le Mamme disfano il filato recuperato creano guanti, sciarpe, custodie per iPad. Ogni mese su Reknit viene postato un progetto diverso di maglia & crochet.
Buone notizie per i decrescenti: le coppie che danno meno importanza ai soldi e ai beni materiali hanno un 10-15% di probabilità in più di rimanere soddisfatte del proprio matrimonio.
Alla Brigham Young University hanno chiesto a più di 1700 coppie sposate di valutare la propria attitudine verso i beni materiali e l’appagamento ricevuto dalla propria vita relazionale. Hanno scoperto che quando uno dei due pone molta importanza “nell’avere soldi e tante cose” allora iniziano a degradarsi la disponibilità verso il partner, la qualità della comunicazione e la capacità di risolvere i conflitti.
In una coppia su cinque entrambi i partner ammettono di aver un forte interesse per il denaro. Sebbene talvolta queste coppie siano messe economicamente meglio, i problemi che la gestione dei soldi comporta superano i benefici: tutti gli altri indicatori di benessere psicologico scendono. Insomma, preoccuparsi dei soldi fa diminuire l’amore.
Judith e Paul – coppia di liberi professionisti con due case di proprietà, abitudini e passatempi da benestanti e nessun tipo di limitazione economica – il 1° gennaio 2004 si sono detti che non avrebbero comprato più nulla per un anno, se non quanto necessario per la sussistenza, la salute e il lavoro. Perché?
Non per arrivare alla fine del mese. Non per essere più clementi con l’ambiente ed evitare gli sprechi, per quanto sensibili a queste argomentazioni; nemmeno per farsi promotori di una vita diversa, più leggera e quindi più felice.
Quello di Judith e Paul è partito e si è rivelato un vero e proprio esperimento sociale, di riscoperta del sé: in un’epoca in cui infatti i destini delle nazioni sembrano risiedere nelle mani e nei desideri dei consumatori, riscoprire la propria identità come un qualcosa di non necessariamente connesso alle proprie scelte d’acquisto è una presa di coscienza rivelatoria. Preziosa quanto faticosa. Se non rivoluzionaria. Per Judith e Paul, il cui percorso di vita è poi proseguito ancora diversamente, è stato così.
Judith Levine, “Io non compro“, Ponte delle Grazie, 2004. Pagg. 243, Prezzo Euro 14,00
Con lo stesso linguaggio semplice e immediato che usa quando appare in tv, Luca Mercalli dà un chiaro quadro di quello che ci aspetta nei prossimi anni e di quali sono i grandi problemi che l’umanità dovrà affrontare.
In un contesto pieno di incertezze, ci sono quattro grandi certezze per il nostro futuro: l’aumento della popolazione, più conflitti per accaparrarsi le risorse, lo spostamento del potere economico in Asia e l’accesso universale delle informazioni. In questa prospettiva, Mercalli lancia un monito: il futuro ci chiede di prepararsi “a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza… e forse più felicità” come recita il sottotitolo del libro.
Ma il suo non è un atto di terrorismo psicologico, piuttosto un appello a prendere coscienza di quello che sta accadendo (“… è proprio la consapevolezza e l’interiorizzazione della catastrofe a permetterci di evitarla.”, p.38) e considerare la via della sostenibilità come una strada percorribile non solo da un’élite ma da tutti. Continua a leggere: “Prepariamoci” di Luca Mercalli
Capita che tra i mucchi di oggetti donati in caso di catastrofe o nei momenti di cambio di stagione ci siano giocattoli rotti e biancheria intima usata. Montagne di roba come decorazioni natalizie ingombranti che tolgono spazio nei magazzini degli enti caritativi, richiedono tempo per essere separate dal resto e che non hanno una utilità pratica.
Perché qualcuno regala il proprio ciarpame in beneficenza invece di buttarlo via (riciclandolo correttamente)? Se lo sono chiesto su Psycology today suggerendo che donare in beneficenza ci faccia sentire persone migliori rispetto al gettare/riciclare.
L’immagine di noi stessi come consumisti che buttano via oggetti vecchi ci mette a disagio e quindi elaboriamo una strategia per evitare il confronto con il fatto che possediamo più roba di quella che davvero ci serve. Non siamo consumisti pieni di roba, siamo dei generosi possidenti che aiutano il prossimo.
Possedere una automobile costa 500 ore di lavoro all’anno, ovvero due ore di lavoro ogni giorno. In totale si arriva a 12,5 settimane in cui si devono guadagnare 11mila dollari per comprare, mantenere e alimentare una vettura.
Un americano medio spende ogni giorno 48 minuti seduto a guidare, tempo che aumenta sensibilmente nelle grandi città. La situazione italiana non e’ molto diversa, la media nazionale dice che stiamo al volante per 30 minuti ogni giorno. Le pubblicità delle automobili mostrano gente rilassata alla guida in spazi aperti e selvaggi, mentre la dura realtà e’ fatta di code in tangenziale e giri dell’isolato per trovare parcheggio.
Il packaging dei prodotti di bellezza abbassa l’autostima delle donne. Gli stessi prodotti venduti senza imballaggio suscitano meno reazioni (e quindi vendono meno).
Il ruolo delle immagini sulle confezioni e’ stato indagato in una serie di esperimenti, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Consumer Research da Debra Trampe, dell’università di Groningen, nei Paesi Bassi.
In un primo esperimento e’ stata misurata l’autostima di donne che hanno guardato un prodotto di bellezza non necessario (trucco, profumo) confezionato o no. Le immagini del packaging sono sufficienti a spingere all’autoanalisi e a sentirsi in difetto, comparandosi ad un ideale di bellezza elevato. Continua a leggere: Le confezioni dei profumi sono fatte apposta per farci sentire brutte
C’è un conflitto di interesse quando la stessa multinazionale chimica vende medicine per curare le malattie causate dai propri prodotti? Secondo Emmanuelle Schick Garcia, autore del film The Idiot cycle, c’è un enorme interesse a creare problemi per poter guadagnare sulla loro soluzione.
Avete delle canottiere che vi piacciono ancora ma che non indossate più? Potete trasformarle in borsette.
A volte basta una macchia, un buchino, uno strappo per decretare la fine di una maglietta. A volte quella maglietta ci piaceva proprio e ci dispiace buttarla via. Finisce in fondo ad un cassetto, ad ingombrare e ingiallire. Che tristezza.
Mi sembra un ottimo modo per allungare la vita di un oggetto, esercitare la testa e le mani con un hobby creativo e tenersi cari gli oggetti a cui ci siamo affezionate.
L’Italia si trova al 69° posto nella lista dei Paesi più felici al mondo. Si vive meglio in Costa Rica, nonostante il nostro PIL sia maggiore di quello dei costaricani, a dirlo è una classifica pubblicata dal NEF con la quale si evidenzia che “i soldi non fanno la felicità”.
Il mito della crescita economica illimitata ci ha portati a credere che il nostro benessere è strettamente dipendente dal Prodotto Interno Lordo del Paese: se il PIL cresce aumenta la qualità della vita. Ma la sfrenata corsa al “miglioramento” ha inevitabilmente condotto verso costi sociali e ambientali il cui insostenibile peso rischia di portarci al collasso. Già quaranta anni fa c’è chi lanciò l’allarme: “Il PIL misura tutto eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta” così si concludeva il discorso pronunciato il 18 marzo 1968 dal Presidente Kennedy durante un incontro con gli studenti dell’Università del Kansas.
USA e Cina hanno avuto l’onestà (e la faccia tosta) di dire chiaro e tondo che non intendono sforzarsi troppo per ottenere riduzioni consistenti delle emissioni. Il vertice di Copenhagen e’ stato svuotato di risultati prima ancora di iniziare e non mi aspetto molto nemmeno dal vertice della FAO sulla sicurezza alimentare che si apre oggi a Roma. Semplicemente credo che non saremo mai abbastanza ricchi per occuparci dei poveri e che non siamo ancora abbastanza minacciati per occuparci di ambiente.
Il mercato funziona solo se il desiderio della gente e’ perpetuamente insoddisfatto. Se passasse il messaggio “siamo ricchi sfondati, più che benestanti e obesamente saturi di ogni ben di dio” la gente smetterebbe di cambiare cellulare ogni anno, vestiti ogni due mesi e potremmo finalmente accorgerci che non ci manca nulla, anzi, abbiamo anche qualcosa da spartire con gli altri.
Poter confrontare le proprie bollette dell’energia con quelle dei vicini di casa aventi abitazioni simili aiuta a ridurre i consumi. L’esperimento lanciato dallo SMUD (Sacramento Municipal Utility District) ha funzionato benissimo ed e’ stato replicato in una decina di città americane.
Hanno preso i consumi di 35.000 abitazioni e ad ogni bolletta allegavano un grafico con le proprie prestazioni comparate con la media di 100 vicini simili. Mostravano anche i risultati dei 20 migliori vicini affiancando una faccina sorridente ai virtuosi ed una triste agli spreconi. Il trucco psicologico che funziona e’ quello di mostrare le prestazioni dei singoli rapportate a casi simili e visibili.
Perché spendere tempo e soldi per fare i regali a Natale? Quello che ricevete vale quanto quello che date? Vorreste un Natale più rilassato e soddisfacente?
Se vi fate o vi siete posti queste domande forse i Natali passati non sono stati abbastanza gradevoli. Prima di farvi travolgere anche quest’anno dalla corsa al regalo, chiedetevi che cosa potrebbe essere cambiato per festeggiare in modo più ecologico e più appagante.
evitate i regali forzati. Se non sapete che cosa regalare, chiedete alla persona di che cosa ha bisogno, invece di tirare a indovinare. Fa più piacere un interesse genuino che la sorpresa di un oggetto inutile.
riciclate e fate in casa. Se invece di comprare nuove cose darete via qualcosa di vostro, farete anche un regalo all’ambiente. Chi vi dice che riciclare e’ da poveracci lo dice per guadagnare facendo leva sul giudizio che potreste ricevere dagli altri. Posto che del giudizio altrui potete anche farne a meno, ricordate che ci sono molti più ambientalisti sotto copertura di quanto non si immagini.
Questo video proposto dagli Amici della Terra esemplifica in modo lapalissiano il corto circuito della nostra società: rincorriamo la felicità pensando che basti aver qualcosa di più e che quel qualcosa in più sia in vendita da qualche parte. Lavorare di più per consumare di più e avere ancora maggiori bisogni insoddisfatti, che ti spingono a lavorare ancora di più… roba da matti.
Ora, dal punto di vista della comunicazione tutto si gioca nell’identificazione dello spettatore con i tre topolini che corrono nel labirinto. Viene voglia di alzare il punto di vista e inquadrare chi e’ lo scienziato pazzo che sta facendo un simile esperimento, ma la telecamera resta bloccata nel loop.
Se non hai abbastanza cervello da capire che stai correndo in cerchio, continuerai a correre fino alla fine. Se vuoi uscire dalla trappola, devi farlo da solo: non aspettarti che sia lo scienziato a tirarti fuori.
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