Nonostante nei supermercati abbondino e li consideriamo alimenti poveri, i cerali diventeranno nel prossimo futuro i protagonisti di una delle tante sfide globali che ci attendono.
Il climate change sta già minacciando la produzione agricola, lo dice un articolo pubblicato su The Economist del 5 maggio scorso “Hindering harvests”. Tre ricercatori, D. Lobell, J. Costa-Roberts della Stanford University e W.Schlenker della Columbia University hanno potuto concludere che l’aumento delle temperature e l’abbassamento delle precipitazioni (il mondo in generale è sì diventato più umido, ma le pioggia sono sempre meno abbondanti in molti territori pianeggianti dedicati all’agricoltura) si possono già dichiarare cause dirette dell’abbassamento della produzione agricola. Continua a leggere: Temperatura più alta, raccolti più scarsi
La vera sfida dei prossimi decenni sarà capire come incrementare fortemente l`offerta agricola senza espandere gli ettari di terra utilizzata. Si stima che il mondo ospiterà più di 9 miliardi di persone entro il 2050, una previsione che potrebbe essere disattesa dalla variabile “cambiamento climatico” che porta un certo grado di incertezza nelle proiezioni sull`offerta agricola. Occorre una rivoluzione.
Una rivoluzione che ristabilisca le priorità nella ricerca agricola, come il bisogno di nuove varietà di colture che crescano con meno acqua e con meno fertilizzanti, oppure che siano più resistenti al caldo e agli insetti.
Ugualmente importante è la ricerca riferita alla rotazione delle colture, alla gestione del terreno e alla riduzione degli sprechi. Ma tutto questo richiede soldi: la FAO stima che per raggiungere questi obiettivi di ricerca e per poterli esportare nei paesi in via di sviluppo entro il 2050 sono necessari investimenti pari a 83 miliardi di dollari US all`anno.
Se tutti i sei milioni di maiali di Taiwan usassero il gabinetto, il consumo di acqua per le pulizie si dimezzerebbe. Per questo il governo ha lanciato un programma di sensibilizzazione per gli allevatori di suini.
Insegnare ad un porcello a fare i suoi bisogni in un punto preciso non e’ molto difficile. I maiali già di natura tendono a concentrare gli escrementi in un unico punto del porcile. Basta quindi delimitare un’area (sbarre metalliche sporgenti per 20 cm dal suolo) sovrastante una grata, pulire tutto intorno e lasciare un po’ di “buon esempio” nel posto per avviare il processo. L’accumulo viene poi aspirato via da sotto i piedi dei maiali.
Il tasso di sopravvivenza degli animali che usano la toilet e’ passato dal 70 al 90%. Non occorre lavare tutto lo spazio tutti i giorni e quindi gli animali non si bagnano e non prendono freddo. Un’altra fonte di guadagno da questa buona pratica e’ l’utilizzo di concime. Avendolo concentrato e non mischiato con il resto della lettiera e’ possibile rivenderlo ad un prezzo maggiore.
Per sopravvivere alla siccità non servono piante geneticamente modificate, basta uno spray che le aiuti a fronteggiare il momento difficile.
La sostanza magica e’ un ormone naturalmente presente nelle piante, che lo usano per controllare la chiusura dei pori o per far cadere le foglie: l’acido abscissico. Gli scienziati hanno trovato varie molecole sintetiche che stimolano la stessa reazione, attivando gli stessi recettori.
Jian-Kang Zhu e i ricercatori del VARI (Van Andel Research Institute) ritengono che spruzzare le piante con queste sostanze sia un modo più semplice, più economico e meno dannoso per l’ambiente che modificare il patrimonio genetico delle specie coltivabili per includerci la resistenza ad una eventuale siccità. Il rimedio si usa solo se, dove e quando serve.
56 milioni di persone giocano a Farm Ville su Facebook. L’inventore del gioco ha guadagnato 150 milioni di dollari (veri, reali) vendendo trattori e piante virtuali ad agricoltori virtuali. Karl Burkart si chiede la ragione di tale successo ipotizzando che il motore di tutto sia il piacere di vedere crescere qualcosa e di sentirsi a contatto con la Natura.
Io non ho mai giocato a FarmVille, ma conosco bene il piacere di coltivare piante e allevare animali (anche se al momento mi limito ad accogliere chiocciole selvatiche sul mio balcone di un metro e mezzo quadrato). Guardare le piante cambiare, le gemme aprirsi, capire di che cosa hanno bisogno dal colore delle foglie o aspettare che un frutto cambi colore sono dei piaceri veri e profondi, che immagino possano essere parzialmente riprodotti in un videogioco.
Il dato di fatto e’ che la popolazione mondiale consuma più risorse di quelle che il pianeta e’ in grado di rigenerare.
L’interpretazione di questo fatto proposta da Nina Fedoroff, consigliere scientifico del governo USA, e’ che “ci sono troppe persone, quindi dobbiamo ridurle, e non c’è cibo per tutti, quindi dobbiamo sdoganare gli alimenti geneticamente modificati”. La strategia suggerita consentirebbe all’industria biotech statunitense di vendere sementi gm e medicinali per il controllo delle nascite in un nuovo mercato.
Un rapporto della FAO dice che oggi produciamo cibo sufficiente per 12 miliardi di persone, quasi il doppio degli essere umani che popolano il pianeta. L’Organizzazione Mondiale per la Sanità dice che al mondo ci sono più obesi che gente sottopeso. Ora, quello che leggo io in questi dati e’ che quello che manca nel sistema non e’ la manipolazione genetica, ma la distribuzione.
Il trattore a idrogeno progettato dalla New Holland ha lo scopo di rendere energeticamente indipendenti gli agricoltori. L’idrogeno delle celle a combustibile può essere prodotto con energie rinnovabili, direttamente in fattoria.
Zero emissioni, 75 kW (106 hp) un trattore T6000 di partenza. L’idea della New Holland e’ di aiutare gli agricoltori ad autoprodurre quello di cui hanno bisogno in modo pulito e sostenibile. Il problema di questi primi modelli e’ l’autonomia, per adesso ridotta ad un paio d’ore, su cui si sta lavorando per estenderla.
Scegliere varietà di piante che riflettono la luce solare potrebbe far scendere la temperatura dell’aria fino ad un grado centigrado. Un gruppo di ricerca dell’università di Bristol guidato da Andy Ridgwell (non Ridgell come scrive La Stampa) ha calcolato l’effetto dell’albedo dei campi, ovvero ha misurato la quantità di luce riflessa dalle
piante coltivate.
Esistono varietà della stessa pianta in grado di riflettere una maggior quantità di luce che altrimenti sarebbe assorbita e trasformata in calore. Sono la struttura della superficie fogliare e la disposizione delle foglie a determinare questo parametro. Dando la preferenza a queste varietà, in Europa e in Nord America la temperatura media nei mesi estivi potrebbe scendere di un grado centigrado.
“La salinizzazione del pianeta è irreversibile”. Questa l’opinione del professore Jelte Rozema del Dipartimento di Ecologica della Libera Università di Amsterdam. Assodata questa conseguenza dei cambiamenti climatici in atto, il genere umano deve interrogarsi non solo sul come fermare il riscaldamento globale, ma anche su come adattarsi alle nuove condizioni ambientali. “Presto o tardi – prosegue Rozema – il genere umano dovrà accettare il fatto che il mondo sarà sempre più salino”.
La progressiva salinizzazione del pianeta determinerà, infatti, notevoli problemi al settore agricolo. Cosa fare? Per il professore olandese la soluzione potrebbe trovarsi nel coltivare nelle acque saline: “Dovremo cominciare a pensare alle acque salmastre e marine come delle risorse”. Secondo molti scienziati si dovrebbe lavorare con incroci su piante selvatiche per poter ottenere dei veri e propri raccolti.
Gli alberi di Natale che troveremo in vendita nelle prossime settimane sono in buona parte coltivati in Toscana (nelle province di Arezzo e Pistoia) e in Veneto, oppure vengono dall’Europa dell’Est. La nostra forestale spiega come questa coltivazione avvenga in zone marginali e in terreni che altrimenti non potrebbero essere economicamente interessanti. Comprare un albero italiano significa, quindi, aver dato lavoro a qualcuno che ha deciso di restare a vivere in collina o in montagna.
Le attività economiche in collina o in montagna rallentano lo spopolamento e permettono una migliore sorveglianza del territorio. Coldiretti aveva calcolato che per gli alberi di Natale si spendono in Italia circa 140 milioni di Euro. L’abbandono delle zone marginali favorisce la rinaturalizzazione, ma talvolta a prezzo di dissesti. La Natura ha bisogno di tempo per raggiungere un nuovo equilibrio e sui versanti un tempo coltivati, nell’intervallo di tempo tra l’abbandono e il ritorno del bosco, capitano smottamenti i cui danni vengono pagati da chi vive più a valle.
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“devi metterle incrociate, sennò ti parte via di lato. Poi tutta quella plastica che...
Del mondo penso che sia un pò malandato ma sempre meravigliosamente sorprendente, specie quando...
Io infilo i pezzettini in una retina fine (quelle dell’aglio) e la uso come saponetta...
Io invece l’ultimo pezzetto sopravvissuto lo lascio seccare un pò sul termosifone e poi lo...
Interessante! :) personalmente però uso http://fuelmonitor.altervista. org/ per controllare i...