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	<title>EcoWiki &#187; Politica ed economia</title>
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	<description>ambiente ecologia energia natura</description>
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		<title>La salute migliora dove le PMI sono più forti dei grandi marchi</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 12:34:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lumachina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[città in transizione]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>
		<category><![CDATA[economia solidale]]></category>
		<category><![CDATA[PMI]]></category>
		<category><![CDATA[salute pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Si vive meglio nei paesi dove le aziende sono piccole. Con &#8220;meglio&#8221; i sociologi della Baylor University e dell&#8217;università della Louisiana si riferiscono ad indicatori di salute pubblica, ovvero all&#8217;incidenza di obesità, diabete e mortalità. In passato molte comunità hanno invitato e accolto con favore le grandi compagnie pensando che offrissero maggiori possibilità di carriera, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ecowiki.it/media/2012/02/salute_pmi.jpg" alt="salute pubblica e diffusione delle piccole e medie imprese" title="" width="240" height="251" class="alignleft size-full wp-image-12529" />Si vive meglio nei paesi dove le aziende sono piccole. Con &#8220;meglio&#8221; i sociologi della Baylor University e dell&#8217;università della Louisiana si riferiscono ad indicatori di salute pubblica, ovvero all&#8217;incidenza di <strong>obesità, diabete e mortalità.</strong></p>
<p>In passato molte comunità hanno invitato e accolto con favore le grandi compagnie pensando che offrissero maggiori possibilità di carriera, meno incertezze e migliori salari rispetto ai lavori nelle piccole ditte locali, dove la gestione familiare sfumava nel nepotismo. Ora che i grandi magazzini assumono apprendisti stagionali con contratti risicati e che le le grandi industrie hanno delocalizzato la produzione, molti sono stati costretti a ricredersi.</p>
<p>Le piccole attività sono abituate a gestirsi nell&#8217;ottica che tutto dipenda dalle loro scelte. Sono padrone del proprio destino e sanno che <strong>il capitale umano e&#8217; parte integrante del loro successo</strong>. Per un magazzino appartenente ad una grande catena e&#8217; normale attenersi a regole calate dall&#8217;alto e pensare ai dipendenti come ad elementi facilmente sostituibili.</p>
<p><span id="more-12491"></span></p>
<p><strong>Dove le piccole imprese sono ben presenti, sono anche maggiori i legami interpersonali</strong> e l&#8217;attenzione per le questioni sociali. Questa differenza di mentalità si riflette anche nel modo in cui le comunità risolvono anche i problemi non collegati al lavoro: invece di delegare e aspettare, si prendono la responsabilità di affrontare i problemi.  </p>
<p>Le città dove ci sono molte piccole imprese domestiche hanno più facilmente <strong>mercati con prodotti locali, legislazioni antifumo, programmi di salute pubblica</strong> e l&#8217;insieme di queste differenze si misura in salute pubblica. </p>
<p>Tutto questo mi pare molto interessante per le città in transizione, non trovate? Si sposa bene con le reti di economia solidale, con la ricostruzione delle reti sociali locali e con l&#8217;autodeterminazione delle comunità.</p>
<p>Foto | Beckmann&#8217;s Old World Bakery<br />
<a href="http://cjres.oxfordjournals.org/content/early/2011/12/14/cjres.rsr034">The health and wealth of US counties:</a> how the small business environment impacts alternative measures of development</p>
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		<title>Il marketing dell&#8217;invidia in tempo di crisi economica</title>
		<link>http://www.ecowiki.it/il-marketing-dellinvidia-in-tempo-di-crisi-economica.html</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 11:53:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lumachina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita felice]]></category>
		<category><![CDATA[invidia]]></category>
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		<category><![CDATA[psicologia del consumatore]]></category>
		<category><![CDATA[status symbol]]></category>

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		<description><![CDATA[Durante una crisi economica diminuisce l&#8217;invidia per i vicini e il proprio sentimento di inadeguatezza si smorza. Scende quindi il bisogno di spendere per stare al passo, o un passo avanti, ai propri &#8220;competitori&#8221; sociali. A misurare questo effetto sono stati Wagner A. Kamakura della Duke University e Rex Yuxing Du della University of Houston. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="480" height="360"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/oRJFyHRasOU?version=3&amp;hl=en_US&amp;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/oRJFyHRasOU?version=3&amp;hl=en_US&amp;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="360" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>Durante una crisi economica diminuisce l&#8217;invidia per i vicini</strong> e il proprio sentimento di inadeguatezza si smorza. Scende quindi il bisogno di spendere per stare al passo, o un passo avanti, ai propri &#8220;competitori&#8221; sociali. </p>
<p><span id="more-12351"></span></p>
<p>A misurare questo effetto sono stati Wagner A. Kamakura della Duke University e Rex Yuxing Du della University of Houston. I ricercatori hanno notato che durante la recessione calano i consumi di beni voluttuari anche tra chi se li può ancora permettere.</p>
<p>Se gli altri non comprano vestiti, non sfoggiano nuovi tecnogadget e non sbandierano i viaggi fatti, allora non ci viene la voglia (il finto bisogno) di averli anche noi e di averne di migliori. <strong>La crisi, in pratica, ha innescato un processo di disarmo</strong> nella corsa agli armamenti usati per difendere lo status sociale. </p>
<p>La crisi e&#8217; un buon momento per separare i bisogni veri da quelli indotti dal confronto. Godetevi la lezione di marketing dell&#8217;invidia per poveracci di Balsso e godetevi la vostra vita. :)</p>
<p>Via | <a href="http://www.jcr-admin.org/files/pressreleases/011612165416_kamakurarelease.pdf">Journal of Consumer Research</a></p>
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		<title>2012 anno dell&#8217;energia sostenibile per tutti</title>
		<link>http://www.ecowiki.it/2012-anno-dellenergia-sostenibile-per-tutti.html</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 11:09:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lumachina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia e carburanti]]></category>
		<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[2012 anno dell'energia]]></category>
		<category><![CDATA[lotta alla poverta]]></category>
		<category><![CDATA[obbiettivi del millennio]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ONU ha deciso di dedicare il 2012 a migliorare l&#8217;accesso, l&#8217;efficienza e la sostenibilità ambientale nell&#8217;uso dell&#8217;energia. Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, ha scelto l&#8217;energia sostenibile come una delle cinque priorità del suo secondo mandato. L&#8217;energia deve essere pulita, attualmente le rinnovabili costituiscono il 19% della produzione mondiale. Le Nazioni Unite sono convinte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ecowiki.it/media/2012_anno_energia_sostenibile.jpg" alt="" title="2012 anno energia sostenibile" width="240" height="102" class="alignleft size-full wp-image-12232" />L&#8217;ONU ha deciso di dedicare il 2012 a migliorare l&#8217;accesso, l&#8217;efficienza e la sostenibilità ambientale nell&#8217;uso dell&#8217;energia. Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, ha scelto l&#8217;energia sostenibile come una delle cinque priorità del suo secondo mandato. </p>
<p><strong>L&#8217;energia deve essere pulita</strong>, attualmente le rinnovabili costituiscono il 19% della produzione mondiale. Le Nazioni Unite sono convinte che con la spinta politica giusta si possa alzare questa percentuale fino al 75% entro il 2050. </p>
<p>Nei Paesi sviluppati si punterà ad <strong>abbassare l&#8217;intensità energetica</strong>, migliorando l&#8217;efficienza e liberando cosi risorse da destinare altrove. Nei Paesi in via di sviluppo diventerà operativo un network di professionisti con l&#8217;obiettivo di diffondere buone pratiche e <a href="http://www.sustainableenergyforall.org/activities/energy-access-practitioner-network">strategie ottimizzate di elettrificazione</a>. </p>
<p><span id="more-12231"></span></p>
<p><strong>Consentire a tutti l&#8217;accesso all&#8217;energia</strong> significa fornirla anche al miliardo e 400milioni persone che non ce l&#8217;ha e darla con continuità all&#8217;altro miliardo che la può usare solo ad intermittenza. Fornire energia e&#8217; uno degli obbiettivi del millennio e fa parte dei programmi di lotta alla povertà. </p>
<p>I finanziamenti spesso confluiscono in mega opere come grandi dighe, ma dovrebbero andare alle micro soluzioni locali per la generazione diffusa. Le Nazioni Unite chiedono di <a href="http://www.sustainableenergyforall.org/about/news/47-power-can-challenge-poverty-and-that-makes-universal-energy-access-a-must">abbandonare la retorica della crescita macroeconomica</a> e di puntare a soluzioni che diano risorse a chi ne ha bisogno invece che a chi già ne dispone.</p>
<p>Gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 sono:</p>
<ul>
<li>Assicurare accesso universale ai moderni servizi energetici</li>
<li>Raddoppiare la velocità di miglioramento nell&#8217;efficienza energetica.</li>
<li>Raddoppiare la quota di energia rinnovabile nel mix mondiale. </li>
</ul>
<p>Info: <a href="http://www.sustainableenergyforall.org">www.sustainableenergyforall.org<br />
<a/></p>
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		<title>Summit di Durban: non sempre la fretta è cattiva consigliera</title>
		<link>http://www.ecowiki.it/summit-di-durban-non-sempre-la-fretta-e-cattiva-consigliera.html</link>
		<comments>http://www.ecowiki.it/summit-di-durban-non-sempre-la-fretta-e-cattiva-consigliera.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 07:46:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Casiraghi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[Conferenza sul clima Durban]]></category>
		<category><![CDATA[Conferenza sul clima UN]]></category>
		<category><![CDATA[politica sul clima]]></category>

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		<description><![CDATA[“Manca il senso d’urgenza”, ecco come la BBC descrive i primi giorni della Conferenza sul Clima che quest’anno si tiene a Durban, in Sud Africa.  La crisi economica e le difficoltà dell’euro zona  portano in secondo piano le questioni climatiche e sacrificano la partecipazione di un importante interlocutore nella lotta ai cambiamenti climatici come è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-12078" src="http://www.ecowiki.it/media/siccit%C3%A0-due.jpg" alt="siccità" width="240" height="180" />“Manca il senso d’urgenza”, ecco come la BBC descrive i primi giorni della Conferenza sul Clima che quest’anno si tiene a Durban, in Sud Africa.  La crisi economica e le <strong>difficoltà dell’euro zona </strong> portano in secondo piano le questioni climatiche e sacrificano la partecipazione di un importante interlocutore nella lotta ai cambiamenti climatici come è sempre stata l’Europa.</p>
<p>Il summit di Durban, alle porte del 2012, anno di <a href="http://www.ecowiki.it/?s=protocollo+di+kyoto">conclusione del Protocollo di Kyoto</a>, è in ritardo anche rispetto al non entusiasmante summit dell’anno scorso, svoltosi a Cancun.</p>
<p>Il processo di accordo verso un nuovo vincolante patto tra nazioni è di nuovo bloccato da un piccolo numero di stati responsabili però di una larga fetta delle emissioni globali di CO<sub>2</sub>. Questo gruppo è composto da <strong>Cina</strong>, <strong>India</strong>, <strong>Brasile</strong> e <strong>Usa</strong>, a cui fa capo quasi il 50% delle emissioni.</p>
<p>Dall’altra parte esiste però una coalizione di Paesi pronti a stabilire nuovi impegni che coprano tutte le nazioni e che entrino in vigore il prima possibile. Questa include i<strong> Least Developed Countries</strong> (LDC), l’<strong>Alliance of Small Island States</strong> (AoSIS), l’<strong>Unione Europea</strong> e alcuni paesi dell’<strong>America Latina</strong>.</p>
<p><span id="more-12077"></span>L’impasse prosegue a colpi di botta e risposta e con posizioni divergenti anche tra i Paesi scettici: la Cina, il più grande inquinatore e nello stesso tempo il primo produttore di eolico e solare al mondo, si dichiara disponibili a colloqui per un nuovo accordo, a patto che vengano rispettate delle <strong>condizioni chiave</strong>. Quali? Prima di tutto che l’UE e altri Paesi rimangano nel nuovo accordo. Stando alla situazione attuale, con “altri Paesi” la Cina intende <strong>Canada</strong>, <strong>Russia</strong> e <strong>Giappone</strong>, la cui partecipazione è invece molto incerta se non improbabile.</p>
<p>Inoltre, la Cina, insieme a Brasile e India sostengono che i Paesi occidentali debbano portare a termine i loro impegni prima che qualsiasi altro processo inizi, incluso il <strong>taglio ulteriore delle emissioni</strong> rispetto al Protocollo di Kyoto. A questo l’UE ha risposto positivamente e ha dichiarato che inserirà nel Protocollo l’ulteriore taglio delle emissioni del 20% (rispetto al 1990) entro il 2020.</p>
<p>Ma siamo sicuri che la Cina sarà un interlocutore affidabile una volta accontentata nei punti richiesti? Alcuni delegati al summit di Durban hanno espresso la loro perplessità sulla flessibilità che la Cina dimostra in pubblico rispetto a quella, ben più scarsa, che si nota dietro le quinte della negoziazione.</p>
<p>Ma il rischio dell’arrivo al <strong>punto di non ritorno</strong> si fa sempre più concreto. Molti accademici hanno già concluso che se le emissioni cresceranno ancora nel 2020, sarà molto difficile mantenere l’aumento della temperatura media globale entro i 2 gradi centigradi rispetto al periodo pre-industriale.</p>
<p>C’è preoccupazione tra le nazioni più povere, che corrispondono anche alle <strong>più vulnerabili del pianeta</strong>, sia per la scarsa capacità di adattamento sia perché si trovano nelle zone più a rischio di disastri naturali, come siccità e inondazioni.</p>
<p>Alla Conferenza di Durban c’è in gioco anche il <strong>Fondo Green Climate</strong>, il nuovo ente che dovrebbe raccogliere 100 miliardi di dollari ogni anno per i paesi poveri. La bozza di questo accordo specifica che una tassa sul carburante usata dal traffico marittimo internazionale potrebbe essere una delle fonti di denaro per costituire il fondo.</p>
<p>Tosi Mpanu Mpanu, negoziatore per il gruppo di Paesi africani ha una speranza: “<strong>I really hope that on African soil, people will try to go above and beyond to keep Africans safe</strong>.&#8221; E’ quello che desideriamo tutti.</p>
<p>Foto| pizzodisevo</p>
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		<title>Chi ha paura di capire i problemi si rifugia nella delega</title>
		<link>http://www.ecowiki.it/chi-ha-paura-di-capire-i-problemi-si-rifugia-nella-delega.html</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 12:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lumachina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[benessere psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[delega politica]]></category>
		<category><![CDATA[paura della complessità]]></category>
		<category><![CDATA[rimozione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Il problema e&#8217; troppo difficile, preferisco non saperne nulla e fidarmi del governo.&#8221; Che si tratti di fonti rinnovabili, di crisi economica, di provvedimenti per la salute pubblica o di cambiamenti climatici, quanto più la gente e&#8217; ignorante tanto più si sforza attivamente di restare tale. Un esperimento condotto dalla American Psychological Association ha misurato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ecowiki.it/media/affrontare_problemi.jpg" alt="" title="affrontare_problemi" width="240" height="120" class="alignleft size-full wp-image-11967" /><strong>&#8220;Il problema e&#8217; troppo difficile, preferisco non saperne nulla e fidarmi del governo.</strong>&#8221; Che si tratti di fonti rinnovabili, di crisi economica, di provvedimenti per la salute pubblica o di cambiamenti climatici, quanto più la gente e&#8217; ignorante tanto più si sforza attivamente di restare tale. </p>
<p>Un esperimento condotto dalla <a href="http://www.apa.org/">American Psychological Association</a> ha misurato il disagio della gente di fronte ai problemi complessi e il sollievo di affidarne la gestione a qualcun altro come il governo. Quando i problemi diventano impellenti, ad esempio quando una crisi fa aumentare il prezzo dei carburanti, la fatica di analizzare le cause e quella di trovare soluzioni sono talmente grandi da provocare la fuga.</p>
<p><span id="more-11962"></span></p>
<p>Il cittadino medio si rifiuta di leggere spiegazioni complesse, perché queste <strong>lo fanno sentire ignorante e impotente</strong>. Preferisce memorizzare lo slogan semplificato di un politico. La tendenza e&#8217; quella di eliminare dalla propria vita tutte le notizie che mettono a disagio, anche quelle importanti. In pratica: l&#8217;ignoranza non si cura con lo studio e l&#8217;approfondimento, ma genera dipendenza da figure rassicuranti a cui si delega la risoluzione dei problemi.</p>
<p>L&#8217;effetto a catena continua, dicono gli psicologi, quando per non mettere in dubbio la propria fedeltà all&#8217;esperto appena messo in cattedra, <strong>si evitano attentamente tutte le letture che potrebbero suscitare dubbi</strong>, scavando ancora di più nell&#8217;abisso dell&#8217;ignoranza ed aumentando la dipendenza dall&#8217;esperto. </p>
<p>Giusto per darvi un&#8217;idea, il 40% degli intervistati in una indagine statunitense del 2009 non sapeva citare nemmeno una fonte di energia fossile. Se quasi la metà degli elettori non mastica concetti come carbone o petrolio, come facciamo a parlare di picco o di rinnovabili?</p>
<p>Dobbiamo <a href="http://www.ecowiki.it/scienziati-usate-parole-semplici.html">usare parole semplici</a>, fatti della vita quotidiana ed evidenziare gli effetti di un problema nella esperienza di chi ci sta di fronte. Dobbiamo sconfiggere la paura di guardare i problemi, prima di poter pensare di risolverli.</p>
<p>Foto | <a href="http://www.flickr.com/photos/lrargerich/2787454868/">Iragerich</a><br />
<a href="http://www.apa.org/pubs/journals/releases/psp-ofp-shepherd.pdf">On the Perpetuation of Ignorance</a>: System Dependence, System Justification, and the Motivated Avoidance of Sociopolitical Information</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il lavoro già fatto può essere una zavorra che mina l&#8217;obbiettività</title>
		<link>http://www.ecowiki.it/il-lavoro-gia-fatto-puo-essere-una-zavorra-che-mina-lobbiettivita.html</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 09:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lumachina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione e cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[campagne pubblicitarie]]></category>
		<category><![CDATA[cognitive bias]]></category>
		<category><![CDATA[costi irrecuperabili]]></category>
		<category><![CDATA[distorsioni della valutazione]]></category>
		<category><![CDATA[economia solidale]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia dei media]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ricordare i morti in guerra stimola il desiderio di continuare la guerra per evitare che i caduti &#8220;siano morti invano&#8221;. Allo stesso modo l&#8217;aver investito miliardi nella ricerca petrolifera riduce la propensione a cambiare genere di investimento verso soluzioni più sostenibili. Il volume di denaro e fatica investiti in una impresa si comportano come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ecowiki.it/media/bias_denaro.jpg" alt="costi irrecuperabili e comunicazione politica" title="" width="240" height="180" class="alignleft size-full wp-image-11178" />Il ricordare i morti in guerra stimola il desiderio di continuare la guerra per <strong>evitare che i caduti &#8220;siano morti invano&#8221;</strong>. Allo stesso modo l&#8217;aver investito miliardi nella ricerca petrolifera riduce la propensione a cambiare genere di investimento verso soluzioni più sostenibili. </p>
<p>Il volume di denaro e fatica investiti in una impresa si comportano come una zavorra e impediscono di cambiare rotta anche se le opzioni a disposizione sono più vantaggiose. Gli economisti conoscono il problema dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Costo_irrecuperabile">costi irrecuperabili</a>, ma questo fatto capita nelle scelte politiche come nelle decisioni personali. </p>
<p>John Paul Schott del <a href="http://psychweb.wustl.edu/">dipartimento di psicologia della Washington University in St. Louis</a> ha osservato come cambia l&#8217;atteggiamento del pubblico nei riguardi della guerra (Iraq e Afganistan) in relazione alla percezione del valore speso fino a quel momento e che, ritirandosi dalla guerra, sarebbe stato &#8220;sprecato&#8221;.<br />
<span id="more-11176"></span></p>
<p>A due gruppi di persone sono stati somministrati gli stessi questionari sulla guerra, ma il primo gruppo aveva precedentemente letto un breve articolo sul non sprecare risorse mentre il secondo aveva letto un testo sulle previsioni del tempo. Il primo gruppo risulto molto più convinto nel proseguire la campagna militare del secondo. </p>
<p>Le distorsioni della valutazione (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_cognitive_biases">cognitive bias</a>) sono difetti comuni e diffusi dei nostri processi cognitivi. Ogni volta che qualcuno inizia una discussione mostrandoci la montagna di lavoro fatto, il totale dei soldi spesi, il numero delle persone impegnate o gli anni passati a lottare per quel problema, noi saremo più disposti a continuare per quella strada e meno inclini a prendere in considerazione altre ipotesi. </p>
<p>Le distorsioni della valutazione vanno tenute presenti quando si ascolta un tg (guardate la sequenza dei servizi) o quando si analizza una campagna di comunicazione. </p>
<p>Foto | <a href="/photos/59937401@N07/">Images_of_Money</a><br />
<a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0022103111001636">Casualties of war and sunk costs</a>: Implications for attitude change and persuasion</p>
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		<title>Quando arriva El Niño scoppiano più guerre civili</title>
		<link>http://www.ecowiki.it/quando-arriva-el-nino-scoppiano-piu-guerre-civili.html</link>
		<comments>http://www.ecowiki.it/quando-arriva-el-nino-scoppiano-piu-guerre-civili.html#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 09:43:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lumachina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[El Nino]]></category>
		<category><![CDATA[ENSO]]></category>
		<category><![CDATA[eventi meteorologici estremi]]></category>
		<category><![CDATA[guerre]]></category>
		<category><![CDATA[siccità]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando arriva El Niño le tensioni in 90 Paesi tropicali hanno maggiori probabilità di trasformarsi in un bagno di sangue. L&#8217;aumento delle temperature e la riduzione delle piogge raddoppiano le possibilità che scoppi una guerra civile. A studiare la correlazione tra i cicli meteorologici mondiali e i conflitti e&#8217; stato un gruppo interdisciplinare della Columbia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ecowiki.it/media/guerre_clima.jpg" alt="conflitti e cambiamenti climatici" title="" width="240" height="160" class="alignleft size-full wp-image-10983" />Quando arriva El Niño le tensioni in 90 Paesi tropicali hanno maggiori probabilità di trasformarsi in un bagno di sangue. L&#8217;aumento delle temperature e la riduzione delle piogge raddoppiano le possibilità che scoppi una guerra civile. </p>
<p>A studiare la correlazione tra i cicli meteorologici mondiali e i conflitti e&#8217; stato un gruppo interdisciplinare della <a href="http://www.earth.columbia.edu/articles/view/2842">Columbia University</a>, giunto alla conclusione che un quinto delle guerre degli ultimi 50 anni hanno avuto una concausa meteorologica, compresi i 20 anni di guerra civile in Sudan con 2 milioni di vittime. </p>
<p>Sono stati studiati 234 conflitti in 175 nazioni, avvenuti tra il 1950 e il 2004. Per conflitto si intende un evento in cui sono morte più di 25 persone in un anno; in più della metà dei casi analizzati sono morte più di mille persone.</p>
<p><span id="more-10982"></span></p>
<p>Metà della popolazione mondiale vive in zone che risentono dell&#8217;ENSO (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/El_Ni%C3%B1o">El Niño-Southern Oscillation</a>) ovvero Africa, Medio Oriente, India, Sud-Est Asiatico, Australia ed America Latina. In questi posti la possibilità che scoppi un conflitto e&#8217; del 6% all&#8217;anno quando arriva El Niño e si riduce della metà nel resto del tempo. Altrove nel mondo la probabilità che scoppi una guerra resta invariata al 2%. </p>
<p>Questi studi non mostrano una correlazione tra cambiamenti climatici e conflitti, ma mettono in guardia sulle conseguenze del riscaldamento globale, che si sta già manifestando con un aumento di condizioni estreme. Le guerre hanno molte cause non climatiche, come la politica, la situazione economica e l&#8217;attitudine a risolvere i conflitti in modo diplomatico o con la forza. Il sapere in anticipo che certe condizioni meteo porteranno a tensioni dovrebbe consentirci di preparare per tempo scorte e piani di gestione dell&#8217;emergenza. </p>
<p>Foto | <a href="http://www.flickr.com/photos/steinove/">Stein Ove Korneliussen</a><br />
<a href="http://www.nature.com/nature/journal/v476/n7361/full/nature10311.html">Civil conflicts are associated with the global climate</a>. Nature</p>
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		<title>Ecco i 5 referendum (eco) di Milano</title>
		<link>http://www.ecowiki.it/ecco-i-5-referendum-eco-di-milano.html</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2011 08:25:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lumachina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[alberi Abbado]]></category>
		<category><![CDATA[ecopass]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi ci preme raccontarvi di Milano, dove il 12 e 13 giugno si vota anche per dare un volto più ecologico alla città. 1) Ridurre traffico e smog attraverso il potenziamento dei mezzi pubblici, l&#8217;estensione di ecopass, e la pedonalizzazione del centro. Il traffico ci ruba soldi, tempo e salute, lo smog di Milano uccide [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ecowiki.it/media/referendum_milano.jpg" alt="" title="referendum di milano 12-13 giugno 2011" width="240" height="247" class="alignleft size-full wp-image-10281" />Oggi ci preme raccontarvi di Milano, dove il 12 e 13 giugno si vota anche per dare un volto più ecologico alla città. </p>
<p><strong>1) Ridurre traffico e smog</strong> attraverso il potenziamento dei mezzi pubblici, l&#8217;estensione di ecopass, e la pedonalizzazione del centro. <a href="http://www.ecowiki.it/il-traffico-ci-ruba-tempo-soldi-e-salute.html">Il traffico ci ruba soldi, tempo e salute</a>, lo smog di Milano uccide 7 persone su 100, per un totale di <a href="http://www.ecowiki.it/ammalarsi-per-colpa-delle-citta-soprattutto-a-milano.html">2.250 vittime all&#8217;anno.</a> </p>
<p><strong>2) Raddoppiare gli alberi</strong> e il verde pubblico e ridurre il consumo di suolo. Vi ricordate i <a href="http://milano.repubblica.it/dettaglio/abbado-tornera-alla-scala-per-90mila-alberi/1615185">90mila alberi promessi ad Abbado</a> per tornare a dirigere la Scala? Ecco, <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/201004articoli/54357girata.asp">la Moratti non aveva trovato i soldi nemmeno per i 3.500</a> che si era impegnata a piantare. </p>
<p><span id="more-10277"></span></p>
<p><strong>3) Conservare il futuro parco</strong> dell&#8217;area Expo. Il progetto del parco agroalimentare con le filiere di produzione e lavorazione degli alimenti tipici di tutto il mondo sta svanendo in favore di una visione classica (con depliant e supermercati invece che con piante e attrezzi agricoli). Come diceva la Gabanelli a Report, <a href="http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-e0d9d195-dc63-47dc-8d3b-a949b88560e8.html">l&#8217;orto planetario ha le ore contate</a>. </p>
<p><strong>4) Risparmio energetico</strong> e la riduzione della emissione di gas serra. Dovrebbe essere un cambiamento dettato dal buon senso, ma l&#8217;inerzia urbana e&#8217; notevole. Diamogli una spintarella!</p>
<p><strong>5) Riapertura del sistema dei Navigli</strong>. Potrebbero diventare un corridoio ecologico sullo stile di quelli visti a Zurigo. Noi almeno li sogniamo così. </p>
<p>Non vi abbiamo &#8220;rintronato&#8221; con i referendum nazionali perché sono mesi che su facebook non si parla d&#8217;altro. La redazione di ecowiki e&#8217; convinta che sappiate già tutto su acqua, nucleare e impedimenti vari.  Se volete, date il vostro &#8220;mi piace&#8221; a <a href="https://www.facebook.com/MilanoSiMuove">Milano si muove</a> e rilanciatelo su facebook. </p>
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		<title>Il fallimento dell&#8217;acqua virtuale nel commercio internazionale</title>
		<link>http://www.ecowiki.it/il-fallimento-dellacqua-virtuale-nel-commercio-internazionale.html</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 09:48:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lumachina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[acqua virtuale]]></category>
		<category><![CDATA[commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[impronta idrica]]></category>
		<category><![CDATA[prezzi degli alimenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il calcolo dell&#8217;acqua virtuale rischia di peggiorare, invece che di risolvere, il problema idrico dei Paesi che importano ed esportano beni. L&#8217;acqua virtuale e&#8217; una misura dell&#8217;acqua utilizzata ed &#8220;esportata&#8221; insieme al bene oggetto di commercio. Per questo motivo era stato suggerito di includere una valutazione dell&#8217;acqua virtuale nella stima di convenienza di un accordo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ecowiki.it/media/acqua_virtuale.jpg" alt="impronta idrica nel commercio dei generi alimentari" title="" width="240" height="180" class="alignleft size-full wp-image-10271" />Il calcolo dell&#8217;acqua virtuale rischia di peggiorare, invece che di risolvere, il problema idrico dei Paesi che importano ed esportano beni. </p>
<p>L&#8217;<a href="http://www.ecowiki.it/risparmiare-acqua-facendo-la-spesa.html">acqua virtuale e&#8217; una misura dell&#8217;acqua utilizzata</a> ed &#8220;esportata&#8221; insieme al bene oggetto di commercio. Per questo motivo era stato suggerito di includere una valutazione dell&#8217;acqua virtuale nella stima di convenienza di un accordo commerciale. Giusto per fare un esempio: non ha senso produrre arance da esportare in una regione dove manca acqua. </p>
<p>David Seekell, dell&#8217;università della Virginia, ha però fatto notare che il meccanismo che dovrebbe garantire un più equo consumo dell&#8217;acqua si inceppa perché <strong>non c&#8217;è già più acqua a sufficienza per produrre i beni a cui siamo abituati nel solito modo</strong>. </p>
<p><span id="more-10269"></span></p>
<p>Noi consumiamo tantissima acqua virtuale mangiando carne, basti ricordare che per produrre 1 kg di carne di manzo servono 15.500 litri d’acqua, dove ne bastano 1.800 per la soia e 900 per un kg di mais.</p>
<p>I Paesi ricchi, che possono permettersi di comprare beni prodotti usando l&#8217;acqua proveniente da fuori i loro confini, continuano a vivere in modo ecologicamente insostenibile e non dedicano attenzione alle proprie scorte e all&#8217;uso razionale di quel che hanno a disposizione. Perdono la loro <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Resilienza_%28biologia%29">resilienza</a> a resistere alla siccità. </p>
<p>Le nazioni, inoltre, usano la maggior parte della loro acqua per i consumi interni, difficilmente questa situazione può essere riequilibrata con l&#8217;acqua virtuale movimentata dal commercio. </p>
<p>L&#8217;ultima considerazione di Seekell e&#8217; amara: il commercio e&#8217; regolato da una tale miriade di fattori, leggi e convenienze che e&#8217; altamente improbabile che l&#8217;impronta idrica venga presa in seria considerazione durante la stipula di un accordo. Meglio investire tempo e risorse nell&#8217;equilibrio locale, invece di riporre le speranze nel mercato globale.  </p>
<p>Foto | <a href="http://www.flickr.com/photos/tristanf/2524344399/">tristanf</a></p>
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		<title>Come nutrire un mondo affamato?</title>
		<link>http://www.ecowiki.it/come-nutrire-un-mondo-affamato.html</link>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 08:41:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Casiraghi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica ed economia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute e alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[FAO]]></category>
		<category><![CDATA[lotta alla poverta]]></category>
		<category><![CDATA[obbiettivi del millennio]]></category>
		<category><![CDATA[ogm]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca agro-alimentare]]></category>

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		<description><![CDATA[La vera sfida dei prossimi decenni sarà capire come incrementare fortemente l`offerta agricola senza espandere gli ettari di terra utilizzata. Si stima che il mondo ospiterà più di 9 miliardi di persone entro il 2050, una previsione che potrebbe essere disattesa dalla variabile “cambiamento climatico” che porta un certo grado di incertezza nelle proiezioni sull`offerta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ecowiki.it/media/agricolutura_poverta.jpg" alt="agricoltura e fame nel mondo" title="" width="240" height="160" class="alignleft size-full wp-image-10008" />La vera sfida dei prossimi decenni sarà <strong>capire come incrementare fortemente l`offerta agricola senza espandere gli ettari di terra utilizzata</strong>. Si stima che il mondo ospiterà più di 9 miliardi di persone entro il 2050, una previsione che potrebbe essere disattesa dalla variabile “cambiamento climatico” che porta un certo grado di incertezza nelle proiezioni sull`offerta agricola. Occorre una rivoluzione. </p>
<p>Una rivoluzione che ristabilisca le priorità nella ricerca agricola, come il bisogno di nuove varietà di colture che crescano con meno acqua e con meno fertilizzanti, oppure che siano più resistenti al caldo e agli insetti. </p>
<p>Ugualmente importante è la ricerca riferita alla rotazione delle colture, alla gestione del terreno e alla riduzione degli sprechi. <strong>Ma tutto questo richiede soldi</strong>: la FAO stima che per raggiungere questi obiettivi di ricerca e per poterli esportare nei paesi in via di sviluppo entro il 2050 sono necessari investimenti pari a 83 miliardi di dollari US all`anno. </p>
<p><span id="more-10000"></span></p>
<p>La maggior parte di questi soldi serviranno per migliorare le infrastrutture agricole e le vie di comunicazione dei paesi più poveri. Infatti è qui che si concentra la vera sfida: <strong>i Paesi meno avanzati e con meno risorse sono anche quei Paesi dove vive la maggior parte della popolazione mondiale.</strong></p>
<p>Gli <strong>organismi geneticamente modificati</strong>, prosegue l`articolo su Nature, sono uno strumento importante nell`agricoltura sostenibile, ma non è la soluzione del problema. Infatti, la prima generazione di OGM non ha posto la sua attenzione sul problema dei Paesi poveri, piuttosto si è diretta verso la ben più succulenta <strong>opportunità di privatizzare e monopolizzare l`agricoltura,</strong> con l`obiettivo di trarne profitto.</p>
<p>In realtà nemmeno la scienza e la tecnologia sono di per sé la “panacea” per un mondo affamato. <strong>La povertà (e non la mancanza di offerta alimentare!) è il problema originario.</strong> Basti pensare alla crisi del 2008 dove, con l&#8217;aumento dei prezzi dei principali prodotti agricoli, 100 milioni di persone sono entrate a far parte di quel già enorme gruppo di coloro che soffrono la fame. Tutto questo non dipese da una diminuzione dell`offerta, bensì dalla volatilità del mercato e dalla speculazione finanziari.</p>
<p>In ogni caso bisogna dare man forte alla ricerca, affinché dia una sterzata decisiva al problema della povertà e scateni una nuova rivoluzione agricola.</p>
<p>Foto |  <a href="/photos/chrissy575/">christine zenino</a><br />
<a href="http://www.nature.com/nature/journal/v466/n7306/full/466531a.html"> “How to feed a hungry world”</a> (Nature Vol.466, pp.531-532, 28 luglio 2010)</p>
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