Cantieri bloccati ingiustamente? Paghino le associazioni ambientaliste!
lunedì, 6 aprile 2009in: Politica ed economia
Le associazioni ambientaliste sono in fermento perché, in caso le loro proteste contro un cantiere siano respinte dal tribunale amministrativo, le stesse dovranno pagare i danni causati oltre alle spese processuali. Questo, a quanto si legge su Carta, farà ridurre il numero delle proteste, a danno dell’ambiente.
La proposta di legge presentata dice che: “Qualora il ricorso [...] sia respinto, alle associazioni soccombenti che hanno agito o resistito in giudizio con mala fede o con colpa grave si applicano le disposizioni dell’articolo 96 del codice di procedura civile. Qualora il ricorso […] sia respinto perché manifestamente infondato, il giudice condanna le associazioni soccombenti al risarcimento del danno oltre che alle spese del giudizio.”
Ora, mi pare corretto ammettere che anche le associazioni ambientaliste possano essere in torto e che chiunque faccia sprecare soldi pubblici (fermare un cantiere in mala fede e’ sprecare dei soldi pubblici) renda conto alla società del suo operato.
Quello che non va proprio nelle motivazioni della proposta di legge e’ il catalogare tutte le proteste sotto la sindrome Nimby. Ci sono moltissime proteste sacrosante e meritevoli di attenzione da parte della magistratura che proprio non sono catalogabili come lagnanze immotivate della popolazione locale in opposizione al bene collettivo. Nella proposta di legge leggo che: “[...] la spinta ambientalista [...] ha originato con sempre maggior frequenza comportamenti di protesta contro le scelte infrastrutturali sviluppate da soggetti pubblici e privati. Tali proteste, conosciute con l’acronimo «Nimby» («Not in my back yard»), determinano un ritardo costante del «cantiere Italia».”
Altra cosa che avrà brutte ripercussioni sull’ambiente sono gli effetti dell’urgenza sulle opere pubbliche ritenute prioritarie per lo sviluppo economico del territorio. In questo caso il decreto anti-crisi ha previsto un iter accelerato e tolto al TAR la possibilità di fermare i lavori. Il cantiere andrà avanti e, se il ricorrente dimostrerà di avere ragione, otterrà un indennizzo. Il problema e’ che la legge ritiene rimpiazzabili beni che non lo sono: una volta che la palude con la specie rara e’ stata prosciugata, che cosa ce ne facciamo del risarcimento economico? Una volta che l’inceneritore ci ha avvelenato, i soldi non ci restituiranno gli anni di vita persi.
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