La crisi delle compagnie aeree e il prezzo del petrolio

martedì, 24 giugno 2008 a cura di eugenio
in: Auto e trasporti

Che a date soglie del prezzo del petrolio l’industria aeronautica avrebbe toccato una crisi, lo si sapeva da un pezzo. Vederlo accadere invece fa decisamente impressione.

Con ogni probabilità non si tratta di un temporale passeggero, ma di un fenomeno irreversibile, o che perlomeno sarà tale fino a quando il prezzo del petrolio non tornerà a scendere. E per l’appunto, come sapete, il prezzo del petrolio sta crescendo dal 2001 con un ritmo che ricorda da vicino quello di una curva esponenziale. 

Anche ammettendo che i prezzi smettano di crescere a questo ritmo, difficilmente si può immaginare un’inversione di marcia. 

Oggi, con il petrolio a 135 dollari, la United Airlines, una delle compagnie più grandi al mondo, ha annunciato il licenziamento di 950 piloti, il 14% del totale (fonte Bbc), una misura che si aggiunge al già varato piano di licenziamento di altri 1600 dipendenti su circa 5600 (dato del 2007). 

E questa non è che la notizia del giorno. Per meglio seguire e tenere traccia della crisi delle compagnie aeree ho aperto un pagina nel wiki della nostra community: Petrolio e crisi delle compagnie aeree

 

 

Sugli Ogm il settore mangimistico ne vuole “sapere di più”

venerdì, 20 giugno 2008 a cura di Fresna
in: Salute e alimentazione

Mangimi, OgmIn tema di ogm i produttori di mangimi italiani aderenti ad Assalzoo ne vogliono sapere di più. Il presidente dell’associazione, Silvio Ferrari, nel corso dell’assemblea annuale, ha infatti lamentato il diffuso “atteggiamento di chiusura” nei confronti degli ogm. “I pareri scientifici – ha detto –vengono ignorati e a livello nazionale è bloccata la ricerca in questo settore”.

Il problema è che gran parte delle materie prime per la produzione di mangimi in Italia vengono importate: solo il 7% è nazionale mentre il restante 93% proviene dal Sud America, ovvero da paesi dove vengono coltivate varietà gm. Ora comprare materie prime ogm free da questi stati ha un suo costo e quindi è venuto il momento di fare ricerche.

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Introdurre specie ittiche non autoctone, sì o no?

giovedì, 19 giugno 2008 a cura di Fresna
in: Natura ed ecologia, Salute e alimentazione

pesca, acquacoltura, africa, pesce L’uomo ha spesso introdotto in ecosistemi marini o fluviali delle specie ittiche non autoctone. Mosso da obiettivi prevalentemente commerciali, l’uomo raramente ha considerato le possibili conseguenze derivanti dai meccanismi che regolano la vita ed i rapporti tra le varie specie di animali e non solo. Sul tema ci sono opinioni contrastanti, anche perché ogni caso è un ecosistema a sé.
Prendiamo ad esempio il caso, che risale agli anni ’50, dell’introduzione del pesce persico del Nilo nel lago Vittoria, in Uganda.

L’obiettivo era ovviamente quello di allevarlo ed esportarlo in Europa, negli Stati Uniti, in Medio Oriente e in Giappone. Il pesce persico è un grande predatore e in molti lo additano come il maggiore responsabile della sparizione di tanti altri pesci del lago. Eppure adesso lo stesso persico africano è in pericolo. Colpa soprattutto dei “mutamenti di tipo ambientale nell’ecosistema del lago – spiega la dottoressa Valentina Tepedino direttore di Eurofishmarket (consulenza per il settore ittico) – E’ infatti sceso il livello dell’acqua, fenomeno che ha determinato l’impossibilità di sfruttare, a livello di pesca, il lago in tutte le sue aree. La seconda causa riguarda invece il sovrasfruttamento di pesca del persico africano, essendo una specie molto richiesta sul mercato”.

Un altro caso controverso è quello della vongola filippina, introdotta nel 1983, nella laguna di Venezia vicino a Chioggia. Le prime esperienze di allevamento andarono bene e man mano l’acquacoltura della filippina si è diffusa in tutta Italia a sfavore della verace nostrana. Ma anche qui la dottoressa Tepedina precisa: “La nostra vongola verace era destinata comunque a sparire perché meno resistente a nuove situazioni ambientali. Basti pensare a come i cambiamenti climatici e il conseguente innalzamento della temperatura del Mar Mediterraneo abbiano portato alla comparsa di specie mai viste nei nostri mari, come alcuni pesci tipici del Mar Rosso”.

Foto | ac_elimu

Raccolta differenziata, il meglio della provincia di Napoli

mercoledì, 18 giugno 2008 a cura di Fresna
in: Buone pratiche e consigli

raccolta differenziata rifiuti campania A Casamarciano, a Santa Maria la Carità, a Tufino e a Monte di Procida la percentuale di raccolta differenziata nel 2006 ha sfiorato il 50%. Di che provincia stiamo parlando? Di quella di Napoli. Strano ma vero. E’ da tempo che il tema dell’emergenza rifiuti in Campania fa notizia. Le immagini di Napoli e di altre città campane invase dall’immondizia hanno fatto il giro del mondo. Oggi, però, voglio parlare di buone pratiche.

Secondo il Rapporto rifiuti 2007 dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici (Apat) nella provincia di Napoli, nel 2006, è stata effettuata una raccolta differenziata in media dell’8%. Un valore molto basso se paragonato alla media del Nord e del Centro Italia: rispettivamente del 39,95 e del 20%.

Non bisogna però fare di tutta l’erba un fascio. Non mancano esempi positivi nella provincia di Napoli: il piccolo comune di Casamarciano, che conta poco più di 3.300 anime, può vantare un 49,6% di raccolta differenziata. Altrettanto virtuoso il comuendi Santa Maria la Carità, a pochi chilometri da Napoli, con una percentuale del 44,7%. E ancora: il comune di Tufino con il 44,4%, Monte di Procida con il 43,5%, Cimatile con 42,3% e scosciano con il 40,6%. Tutti (ripeto) in provincia di Napoli.

Fonte | Rapporto Apat 2007
Foto | bekahpaige

Vestiti e veleni

martedì, 17 giugno 2008 a cura di Fresna
in: Salute e alimentazione

chimica_vestiti_allergie La chimica è presente in ogni aspetto della nostra vita. Ad esempio nei vestiti. Come spesso accade in agricoltura, l’impiego eccessivo e incauto della chimica può avere delle conseguenze gravi per la salute dell’ambiente e dell’uomo. E’ il caso dei pigiamini per bambini risultati positivi a sostanze chimiche nocive per la salute sul lungo periodo.

L’associazione Altroconsumo ha infatti svolto una ricerca su 15 pigiami destinati ai bimbi da zero a due-tre anni al fine di verificare l’eventuale presenza e concentrazione di sostanze chimiche nei tessuti e nelle stampe plastificate spesso presenti.

 

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Mercato San Severino: la raccolta differenziata con il codice a barre

domenica, 15 giugno 2008 a cura di Fresna
in: Buone pratiche e consigli

raccolta differenziata, rifiuti in Campania Mercato San Severino è un comune di 21mila abitanti in provincia di Salerno diventato famoso per il suo sistema di gestione e raccolta rifiuti. La cittadella vanta una raccolta differenziata del 57% nell’anno 2007. Tutto merito dell’adozione, dal 2001, della raccolta domiciliare e di qualche chicca tecnologica.

Ogni anno il gestore Gesema consegna alle famiglie di Mercato San Severino il kit per la raccolta differenziata: sacchetti di colore diverso per differenti materiali quali la plastica, la carta, l’alluminio, la frazione organica e l’indifferenziata. Oltre al kit i cittadini ricevono dei codici a barre adesivi per ogni sacchetto in cui è riportata l’utenza e il tipo di rifiuto. Al ritiro della spazzatura gli operatori ecologici registrano elettronicamente tramite la lettura dei codici a barre la quantità di differenziata per ogni famiglia. Qui entra il gioco il sistema di premialità: è previsto un bonus in bolletta di 0,26 centesimi per ogni sacco di carta, ad esempio. Su un portale ad hoc ogni utente può controllare il proprio profilo. In generale una famiglia media può risparmiare in un anno dai 15 ai 20 euro. In totale gli sconti tariffari superano i 40mila euro.

Nel comune si trova anche un’isola ecologica dove i cittadini possono portare direttamente i loro rifiuti differenziati, anche le pile, le stoffe e le lampadine. Anche qui si applica il sistema di premialità sulla base del peso dei rifiuti.

Fonte | Mercato San Severino

Foto | Maccu

 

Un giorno ci rimarrà solo l’acquacoltura

sabato, 14 giugno 2008 a cura di Fresna
in: Natura ed ecologia, Salute e alimentazione

acquacoltura sostenibile, pesce, pesca sostenibile Nel 2030 ci vorranno 37 milioni di tonnellate di pesce in più all’anno per mantenere gli attuali livelli di consumo ittico della popolazione mondiale, la cui entità aumenta inesorabilmente. Molte specie di pesce commerciale stanno però scomparendo dai nostri mari: peschiamo troppo e non diamo ai pesci il tempo di riprodursi e crescere. Che fare? Una delle soluzioni potrebbe essere quella di regolare i nostri consumi. L’altra, secondo molti, è nell’acquacoltura. Secondo la Fao, ad esempio. Per l’organizzazione oggi consumiamo 48 milioni di tonnellate di pesce derivante dall’acquacoltura, ma fra poco più di 20 anni ce ne serviranno 85 milioni.

L’acquacoltura presenta però una serie di problematiche. Una fra tutti il benessere dei pesci. Secondo Ettore Tibaldi, di Slow Food e docente di zoologia dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Colorno, “Il benessere negli allevamenti intensivi è impossibile, sia in terra sia in acqua.” Il professore racconta infatti di aver visitato vasche di gamberetti in Thailandia così ricolme di gamberi da esigere la somministrazione in acqua di antibiotici, vitaminici, preparati contro la formazione di schiume, antisettici e disinfettanti fino a rendere, nel giro di pochi anni, inabitabili e quindi inutilizzabili le vasche tutte scavate all’interno di un ecosistema prezioso come la foresta a mangrovie. La superficie occupata dalla vasca non è più riconquistata alla vita della foresta per almeno una trentina d’anni”.

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Lotta alla pesca illegale per salvare il tonno rosso

venerdì, 13 giugno 2008 a cura di Fresna
in: Natura ed ecologia, Salute e alimentazione

pesca mare tonno rosso Una delle principali cause del rischio di estinzione del tonno rosso è la pesca illegale. Entro questo mese in Europa si dovrebbe approvare il regolamento sulla pesca illegale. Il provvedimento crea una disciplina per i casi gravi di pesca illegale e ne fissa le sanzioni.

Secondo Legambiente WWF e Marevivo dovrà essere applicato “a tutte le imbarcazioni comunitarie e di paesi terzi, sia in acque europee sia in acque internazionali, perché altrimenti non raggiungerebbe lo scopo prefissato dalla Commissione e la sua applicazione darebbe luogo a disparità tra Paesi”.

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Packaging, quanti rifiuti inutili

venerdì, 13 giugno 2008 a cura di Fresna
in: Buone pratiche e consigli

packaging rifiuti Quante scatole, involucri e confezioni buttiamo nel cestino appena di ritorno a casa dal supermercato? Tante. In pochi minuti riempio subito la pattumiera della carta: tra le confezioni del dentifricio, delle creme, dei succhi di frutta (quelle per tenere le bottigliette ben assemblate), dei prodotti biologici (che devono essere rigorosamente impacchettati ed etichettati). Ma tutto questo spreco è necessario? In alcuni casi sì. Almeno quando le scatole hanno una confezione protettiva. Pensiamo ai corn flakes: se fossero distribuiti solo nella busta nel latte ci metteremmo un frullato di cereali, non i classici fiocchi! Ma nella maggior parte dei casi, la funzione del packaging è puramente pubblicitaria. Serve solo a far allungare la nostra mano verso lo scaffale per afferrare il prodotto. Poi nel cestino di casa.

Qualcosa però sta cambiando. Non mancano proteste e campagne contro il packaging inutile. Durante la fiera Fa’ la cosa giusta a Milano i dipendenti Lush (vende cosmetici naturali privi di imballaggio) hanno manifestato nudi contro l’uso e l’abuso di packaging. Mentre Legambiente nella sua campagna “Disimballiamoci!” si è proposta di sensibilizzare i consumatori nell’acquisto di merci prive di involucri inutili e nell’ulteriore sviluppo della raccolta differenziata.

Allo stesso tempo anche i consumatori sembrano essere più sensibili al tema. Secondo una ricerca Nielsen un cittadino mondiale globale su due abbandonerebbe tutte le forme di imballaggio se questo dovesse portare benefici all’ambiente. L’importante è che il packagingi sia inutile. Dallo studio emerge infatti che i consumatori sono meno disposti a rinunciare alla confezione progettata per mantenere i prodotti puliti e intatti (27%), o in buone condizioni (30%), alle istruzioni per l’uso e per la cottura (33%) e agli imballaggi che mantengono i prodotti più a lungo e più freschi (34%). Solo un consumatore su dieci non rinuncerebbe a nessun aspetto della confezione per il miglioramento dell’ambiente.

Fonte | NielsenLegambiente
Foto | kristintracy

Il tonno rosso sta scomparendo

giovedì, 12 giugno 2008 a cura di Fresna
in: Natura ed ecologia, Salute e alimentazione

tonno rosso pesca mare Molte specie commerciali di pesce del Mediterraneo rischiano di scomparire. Tra queste il tonno rosso (Thunnus thynnus) . Secondo Greenpeace tre quarti del patrimonio ittico e il 90% delle specie più pregiate quali il merluzzo atlantico, il tonno e il pesce spada del Mediterraneo, è stato pescato. Secondo alcuni scienziati della Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico (ICCAT) le attuali catture rappresentano un tasso di mortalità per pesca di tre volte superiore al rendimento massimo sostenibile. Fra le cause del rischio estinzione: l’assenza di una gestione razione nella cattura e l’utilizzo di mezzi illegali di pesca

Il tonno rosso è una grossa specie pelagica diffusa negli oceani e nel Mediterraneo. Consumato in tutto il mondo, questo pesce ha in Giappone uno dei suoi mercati principali: si tratta infatti di uno degli ingredienti essenziali dei famosi sashimi e sushi. Si stima un consumo annuo che supera i 5 kg a persona. Tuttavia, negli ultimi anni, tale mercato si sta progressivamente espandendo anche agli Stati Uniti e all’Europa (La filiera del tonno rosso Mediterraneo, Università degli studi di Napoli “Parthenope” Istituto di studi economici).

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